La chiesa
Non è facile stabilire il tempo in cui la chiesa di Muros fu nominata parrocchia. Anticamente veniva chiamata "rettoria" o "vicaria" a seconda dei casi. Già nel 1341 la chiesa di Muros veniva officiata tanto come rettoria quanto come parrocchia, dal momento che il termine "rector" era equivalente a quello di "parochus".
La chiesa è una costruzione a croce latina, di modeste proporzioni. Non si può stabilire a quale epoca risalga la primitiva costruzione. Tuttavia possiamo pensare che il nucleo centrale dell'altare maggiore e dell'abside siano del '500 o al massimo dei primi del '600; lo dimostrano le strutture architettoniche (volta a crociera con decorazioni in bassorilievo, cornicioni, pilastri portanti degli archi, catino dell'abside), e una lapide funeraria e commemorativa, murata nella parte sinistra della cappella di S. Giovanni Battista, dalla quale risulta che il barone di Monte Muros, don Francesco Martinez, fece costruire dalle fondamenta la chiesa con l'esclusione dell'altare de SS. Martiri titolari, che esisteva già. Nella lapide non è riportata alcuna data né della costruzione della chiesa né della morte del barone; tuttavia possiamo stabilire approssimativamente il tempo della sua vita negli anni a cavallo tra il '600 e il '700.

All’interno della chiesa si trova una tela ad olio raffigurante i martiri turritani patroni del paese: Gavino, Proto e Gianuario. Nell’area superiore dell’opera sono rappresentati la Vergine col Bambino, S. Giuseppe e degli angeli, in quella inferiore i tre Santi Martiri. Il quadro si attribuisce ad un pittore sardo del tardo '600.

La chiesa ha avuto sempre grande importanza per i muresi, che hanno contribuito attraverso delle donazioni all'esecuzione dei lavori e al miglioramento degli arredi. Solo alcuni documenti dei primi anni del Novecento riportano cifre e descrizione dei lavori svolti: nel 1901 furono affidate al muratore Salvatore Piu alcune opere di ripristino per la cifra di 70 lire, ed altre per 400 lire al signor Danesi. Per la fusione della campana grande si pagarono 250 lire al signor Battista Muzzu. Al cav. Sartorio fu affidata la costruzione del fonte battesimale. Nel 1903 Antonio Giuseppe Tolu dona i quadri della Via Crucis ed un bellissimo baldacchino; l'anno successivo i coniugi Antonio Giuseppe Tolu e Marianna Usai promuovono la costruzione del campanile e nel 1916 della cappella della Madonna; curarono inoltre il rifacimento in marmo dell'altare maggiore e quello della cappella di S. Giovanni Battista. In questi altari è murata una lapide in cui si fa cenno del restauro del 1917.

Rocca Ruja
Altezza: 350-375 m
Orientamento: SSE
La tomba ipogeica di Rocca Ruja è, insieme alla tomba megalitica Monte Simeone, l'unico monumento archeologico del comune di Muros vincolato con D.M. del 18 luglio 1977, ai sensi della legge 1089 del '39 sulla tutela delle cose di interesse storico e artistico.
L’ipogeo, ubicato a poche centinaia di metri dal paese in direzione dell'abitato di Ossi, altro non è che una domus ad interno monocellulare, con nicchie e panchine ai lati, con all'esterno, una porta-stele.
Il tipo delle domus a prospetto architettonico con porta-stele è una tipologia diffusa in un'area molto ristretta, localizzata intorno a Sassari e nelle zone immediatamente a sud-est, introdotta intorno al XIII secolo a.C. e utilizzata fino a piena Età del ferro.
La cella ha subito ampliamento nel 1942, quando fu utilizzata da parte della popolazione come rifugio antiaereo. L'esterno non conserva traccia della roccia-stele e l'accesso al monumento è inoltre reso molto difficoltoso a causa della folta vegetazione.

Grotta dell'Inferno
Altezza: 300-325 m
Orientamento: NO
La prima notizia di materiali preistorici rinvenuti nella Grotta dell'Inferno, situata tra i dirupi di Scala di Giocca, fu data nel 1970 da E. Contu in un breve notiziario sulla "Rivista di Scienze Preistoriche". Mentre furono subito riconosciuti alcuni materiali pertinenti alla cultura di San Michele, cioè al Neolitico recente (tra il 3240 e il 2360 a.C.), per altri fu subito ipotizzata una cronologia più alta.
Alcuni dei frammenti sono bellissimi esempi di ceramica pertinente alla cultura di Bonuighinu, il Neolitico medio sardo (il 4600-3240 a.C). Fra i rinvenimenti sono presenti anche materiali risalenti al Neolitico antico (6000-4600 a.C.)
Fino alla fine degli anni '30 del secolo scorso la grotta era sfruttata come cava di grano, e i materiali preistorici di cui si è parlato furono recuperati dai carabinieri di Sassari contestualmente a tali lavori.

Sa Turricula
Altezza: 379 m
Orientamento: insediamento cultura di Bonnanaro: Sud - Nuraghe: OE
II sito archeologico di Sa Tùrricula, localizzato sulle scoscese pendici meridionali del monte Tudurighe, fu individuato negli anni '60: si trattava di un sito di straordinaria importanza quale primo centro di insediamento della cultura di Bonnanaro. Nel 1972 l'allora Soprintendente delle Antichità, prof. E. Contu, affidò lo scavo del complesso a Ferrarese Ceruti.
Il sito è l'unico in tutta la Sardegna che presenti contemporaneamente un abitato, un dolmen e un nuraghe appartenente alla cultura di Bonnanaro.
II grande ambiente della Capanna, costruito a ridosso di una parete rocciosa, sorge lungo lo spartiacque che divide la valle del Bunnari da un lato, da quella del Mascari dall'altro.
La posizione della Capanna, costruita sfruttando abilmente la roccia naturale sul versante meridionale dell'altura, certamente non era casuale, ma poteva essere stata scelta perché particolarmente protetta dai venti di maestrale.
Le analisi radiometriche effettuate sui carboni di un focolare individuato nello strato più profondo della Capanna hanno consentito di datare il contesto al 1500a.C.
Mentre l'omogeneità dei rinvenimenti ceramici della Capanna consente di affermare che l'insediamento fu abitato per un periodo circoscritto, il cosiddetto nuraghe ha restituito reperti che ne assegnano la riutilizzazione in età punica e romana, e pertanto non è possibile attribuire con certezza una connessione culturale tra insediamento e nuraghe, che potrà essere accertata solo in sede di scavo.
Durante una ricognizione è più facile individuare l'insediamento, di cui chiarissime tracce possono leggersi nelle rocce lungo la parte superiore del versante meridionale del monte Tudurighe, mentre l'accesso all'edificio megalitico classificato come nuraghe è più difficoltoso, in quanto proprio sullo sperone roccioso su cui questo sorge lo sviluppo della vegetazione spontanea è molto rigoglioso; nonostante anche l'interno sia completamente invaso dalla vegetazione, è comunque possibile leggere la struttura dell'edificio: un ingresso, con due piedritti ai lati, un breve corridoio che immette in un vano subcircolare che presenta una nicchia sul lato sinistro; segue un ulteriore vano subcircolare, più o meno della stessa grandezza del primo. Da questo si accede all'ultimo vano, sempre subcircolare ma più grande degli altri due, con una feritoia sul lato destro.
Il sito di Sa Turricula è certamente il più importante di Muros, ma è anche importantissimo per quel che riguarda la storia della civiltà prenuragica, basti pensare che la seconda fase della cultura di Bonnanaro viene denominata proprio facies di Sa Turricula per i risultati dello scavo degli '70.

Su Muzzigone, tomba megalitica
Altezza: 250-275 m

Monte Terras, domus de janas
Altezza: 225-25 m Orientamento: S-E

Monte Simeone, recinto megalitico
Altezza: 350-375 m
Orientamento: Sud 

Riparo naturale di Su Monte
Altezza: 350-375 m
Orientamento: N-E
In località Su Monte, all'interno di un piccolo riparo naturale, fu rinvenuto, in stato frammentario ma con la testina integra, una statuina femminile scolpita in gesso color avorio.
La testa è cilindrica; sulla sommità è inciso un cerchio concentrico banda raggiata. Il volto è fortemente squadrato, con sopracciglia e naso a T, occhi rettangolari con pupille indicate da un trattino, bocca indicata da una linea incisa profondamente. Una linea che segna il mento separa la testa dal busto. Il petto appare nettamente separato dagli arti inferiori dall'addome, segnato da due linee. Le braccia sono corte e carnose e terminano con le mani, che hanno le dita segnate a pettine: la mano destra è poggiata sul fianco, quella sinistra è ripiegata obliquamente sull'addome.
La statuetta è un pezzo fondamentale che va inquadrato nell'ambito artistico e religioso della Sardegna prenuragica.

Su Nuraghe
Altezza: 230 m
Orientamento: impossibile nella situazione attuale sapere dove fosse ubicato l'ingresso.
Su Nuraghe si trova in località Monte Frundas, impostato sul piccolo rilievo, che presenta una morfologia molto dolce. Attualmente il nuraghe non è ben leggibile perché interessato da un crollo della parte superiore, a cui si aggiunge una vegetazione di tipo arbustivo cresciuta sull'edificio.

Su Crastu covaccadu
Altezza: 225-250
Secondo le testimonianze delle fonti orali si tratta di un ipogeo in cui trovavano riparo i pastori che operavano nella zona. All'interno sono stati osservati resti di ossa, probabilmente umani, accompagnati da elementi di corredo. Si tratterebbe di un ipogeo con 3 ambienti.

Il villaggio medievale di Irbosa
II villaggio di Irbosa, ubicato approssimativamente nell'area di Badde Irvos e Santu Nenardu (S. Leonardo), faceva parte, nei secoli XI-XIII, dellacuratoria di Figulinas, uno dei distretti amministrativi del Giudicato di Torres.
Si ha notizia di un'assemblea giudiziaria (corona) tenuta nel villaggio di Irbosa e presieduta dal giudice di Torres, Barisone I (seconda metà dell’XI sec.), mentre il condaghe di S. Michele di Salvennor (monastero presso Ploaghe) menziona un personaggio originario di Irbosa, Pietro de Serra, vissuta tra il XII e il XIII secolo.
Dopo la caduta del Giudicato di Torres, dal 1260 circa, l'intera curatoria fu acquisita dalla famiglia Malaspina, proveniente dalla Lunigiana (regione tra la Toscana e la Liguria), che controllava già i castelli di Bosa e Osilo.
Nel 1358 il villaggio di Irbosa risulta spopolato, forse a causa delle guerre o della pestilenza di metà Trecento.
Nel 1380 l'algherese Boltolo Sirgo ricevette dal re d'Aragona l'infeuda-zione dei villaggi di Ossi e Save (centro presso Ossi), ed il saltu de Ilbos. Se, dunque, il villaggio di Irbosa fu abbandonato dai suoi abitanti, che probabilmente confluirono a Muros, la sua chiesa, intitolata a S. Leonardo, continuò a svolgere un ruolo attivo. Nel 1495 il canonico di S. Leonardo era compreso tra gli otto che componevano il capitolo della cattedrale di Ploaghe.
Gli atti della visita pastorale dell'arcivescovo di Sassari Juan Morillo y Velarde, compiuta nel 1688, registrano l'esistenza della chiesa rurale di S. Leonardo.
Nel 1843 Vittorio Angius, parlando delle antichità di Muros, da notizia delle "rovine di un antico paese che dicono Tatareddu, e che aveva per titolare della chiesa S. Leonardo. Appariscono le fondamenta d'una gran casa che vuolsi sia stato il palagio marchionale".
Il ricordo da parte dell'Angius dello scomparso villaggio di Tatareddu (letteralmente "piccolo Thathari", Sassari) e la menzione di tracce di murature confermano l'esistenza dell'insediamento medievale di Irbosa nell'area in cui sono stati rinvenuti i probabili ruderi della chiesa di S. Leonardo, ed i segni inequivocabili dell'antica viabilità.